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Lipari non è una memoria tradita

Tra pomice e ossidiana: il cuore diviso di un’isola che vuole rinascere
C’è un cuore che batte ancora al centro di Lipari e, quindi, delle Eolie. Un cuore diviso tra la leggerezza bianca della pomice e la durezza nera dell’ossidiana. Due nature opposte, eppure figlie dello stesso fuoco. Una frattura che non è solo geologica, ma simbolica: racconta di una bellezza ferita, di un’identità sospesa tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora essere.

Il Festival Eoliè 2025 – dedicato al tema “Amore e tradimento” – ha trasformato questa immagine in metafora viva dell’isola. Lipari è amore tradito, ma anche amore che resiste. È il volto di un Sud che rischia di rimanere imprigionato nell’estetica della rovina: un incanto che commuove, ma non muove; una memoria che consola, ma non costruisce. E invece, mai come oggi, è necessario smettere di raccontare la bellezza solo come perdita, e iniziare a progettarla come possibilità.
Il documentario La cava bianca, di Marco Mensa ed Elisa Mereghetti, con Davide S. Sapienza, presentato in anteprima nei giardini del Centro Studi Eoliano, è un tributo commosso alla memoria di un luogo che fu lavoro, orgoglio e appartenenza. Ma è anche un monito: quei 53 ettari tra cielo e mare, straordinario esempio di archeologia industriale, non possono diventare solo un museo del rimpianto. Abbandonati tra promesse mancate, proprietà contese e silenzi istituzionali, rischiano di trasformarsi in emblema di una bellezza tradita due volte: prima dalla dismissione, poi dall’indifferenza. L’area delle cave di pomice offre spazi per parchi della memoria, percorsi tra archeologia industriale e geologia vulcanica, musei, eco-resort a impatto zero, centri culturali dedicati al Mediterraneo, all’educazione ambientale, al pensiero critico..

Lipari non è solo un’isola rassegnata. C’è chi resiste e crea, chi innova nel solco della tradizione, chi tenta – anche in solitudine – di rompere l’inerzia.
Il futuro non verrà da grandi piani calati dall’alto, ma da una visione condivisa che sappia integrare tutela e trasformazione. La pomice, che ha ricoperto i tetti sacri dell’antichità e l’ossidiana, usata fin dalla preistoria come strumento affilato, ci ricordano che anche le pietre parlano e che possono ancora diventare materia viva di un progetto culturale, civile ed economico.
Lipari non ha bisogno di pietismo né di retorica, ma di scelte. Di scommesse. Di responsabilità.
Perché tradire la propria terra non significa solo abbandonarla: significa anche raccontarla solo come sconfitta. L’amore vero non idealizza, ma costruisce. E oggi, più che mai, è tempo di costruire.
Francesco Malfitano – Presidente Associazione Culturale “Un Sanpietrino”